Soia nei biocarburanti: il Parlamento UE vota questa settimana
Il 10 aprile 2026 la Commissione europea ha adottato un atto delegato che modifica il Regolamento (UE) 2019/807, classificando l'olio di soia come materia prima ad alto rischio di cambiamento indiretto della destinazione...
Il 10 aprile 2026 la Commissione europea ha adottato un atto delegato che modifica il Regolamento (UE) 2019/807, classificando l'olio di soia come materia prima ad alto rischio di cambiamento indiretto della destinazione dei suoli (ILUC, dall'inglese Indirect Land Use Change). Se l'atto entrerà in vigore, dal 2030 l'olio di soia non potrà più essere conteggiato tra i biocarburanti che contribuiscono agli obiettivi di energia rinnovabile nei trasporti previsti dalla Direttiva europea sulle energie rinnovabili (RED). L'atto si trova ora in un periodo di controllo parlamentare: il 24 giugno la commissione Industria, ricerca ed energia (ITRE) del Parlamento europeo ha approvato una mozione di obiezione; per bloccare definitivamente il provvedimento serve però un voto in plenaria a maggioranza assoluta di 361 eurodeputati, previsto nella sessione del 6-9 luglio 2026, l'ultima utile nel periodo di controllo. Se né il Parlamento né il Consiglio dell'UE si oppongono, l'atto entrerà automaticamente in vigore il 10 agosto 2026.
La classificazione ad alto rischio ILUC era già stata applicata all'olio di palma nel 2019, quando la Commissione stabilì che un carburante rientra in questa categoria se la sua produzione si espande su terreni ad alto contenuto di carbonio, come le foreste, per oltre il 10% dal 2008, con un'espansione annua superiore all'1%. La nuova proposta estenderebbe la stessa soglia alla soia, sulla base di dati relativi soprattutto all'espansione della coltura in America Latina, Sud-est asiatico e Africa occidentale. Il fenomeno dell'ILUC si verifica quando una coltura alimentare o da mangime viene deviata verso la produzione di biocarburanti, spingendo la coltivazione a espandersi altrove, spesso a scapito di foreste o altri ecosistemi ricchi di carbonio. Francia, Danimarca, Belgio e Paesi Bassi hanno già adottato politiche nazionali di uscita dai biocarburanti a base di soia.
L'organizzazione ambientalista Transport & Environment (T&E), che sostiene l'adozione dell'atto, cita uno studio del 2015 della Commissione europea (GLOBIOM) secondo cui il biodiesel di soia risulterebbe due volte più intensivo in emissioni di carbonio rispetto al diesel fossile, una volta contabilizzato il cambiamento indiretto della destinazione dei suoli. T&E cita inoltre un'analisi della società di consulenza Cerulogy, basata sul rapporto originale della Commissione del 2019, secondo cui servirebbero 130 anni di utilizzo di biodiesel di soia per ripagare il debito di carbonio generato dalla conversione dei terreni e iniziare a produrre una riduzione netta delle emissioni.
Una coalizione di organizzazioni agricole e industriali europee - tra cui Donau Soja, Copa-Cogeca, Coceral, European Biodiesel Board, Euroseeds, Fediol e Fefac - si oppone invece alla classificazione. Secondo queste organizzazioni la Commissione avrebbe commesso errori nell'attribuire la deforestazione all'espansione della soia e sovrastimato l'impatto sull'uso del suolo; parte dei dati alla base del calcolo, inoltre, non sarebbe stata resa pubblica, impedendone una verifica indipendente. La coalizione giudica inoltre non praticabile, per costi e complessità amministrativa, la certificazione a basso rischio ILUC che la Commissione propone come via alternativa per i produttori europei. Secondo Donau Soja, l'Unione europea coltiva solo una piccola parte della soia che lavora - circa 3 milioni di tonnellate su 15 milioni complessivamente lavorate ogni anno, una quota di autosufficienza dell'8% - e la perdita dello sbocco nei biocarburanti renderebbe la lavorazione della soia in Europa meno sostenibile economicamente, con ricadute sugli agricoltori europei e sulla strategia UE per le proteine vegetali, attualmente in fase di elaborazione.
Il confronto riflette due letture diverse degli stessi dati sul legame tra soia e deforestazione: le organizzazioni ambientaliste ritengono che il rischio di deforestazione indiretta giustifichi l'esclusione della soia dagli obiettivi di energia rinnovabile, mentre la coalizione agricola e industriale ritiene che la classificazione sia costruita su una metodologia imprecisa e rischi di indebolire la filiera europea della soia. La votazione del Parlamento europeo di questa settimana determinerà se l'atto delegato entrerà in vigore come previsto o se dovrà essere rivisto.





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