Quali sono le specie chiave per ripristinare l'Amazzonia brasiliana?

Uno studio pubblicato sulla rivista Global Change Biology ha analizzato 102 aree in rigenerazione naturale in quattro comuni dello stato brasiliano del Pará, scoprendo che un gruppo ristretto di 15-25 specie arboree rappresenta quasi metà degli alberi presenti e metà delle riserve di carbonio. Conoscere quali specie guidano la ripresa può rendere più efficaci i progetti di ripristino forestale, ma gli esperti avvertono che serve anche una successione di alberi più robusti.

📅 10 settembre 2026 ✎ Maurizio Franceschini ⏱ 2 min di lettura
Quali sono le specie chiave per ripristinare l'Amazzonia brasiliana?
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Poche specie di alberi risultano decisive per ripristinare biodiversità e stoccaggio di carbonio nelle aree deforestate dell'Amazzonia brasiliana. Lo suggerisce uno studio pubblicato a giugno sulla rivista scientifica Global Change Biology, che ha esaminato 102 aree in rigenerazione naturale in quattro comuni dello stato del Pará: Bragantina, Marabá, Paragominas e Santarém.

I ricercatori hanno concluso che un gruppo compreso tra 15 e 25 specie rappresenta quasi metà degli alberi presenti e metà delle riserve di carbonio di quelle aree. Tra queste figurano l'embaúba (Cecropia palmata), riconoscibile per il tronco grigio chiaro e le grandi foglie a forma di mano, la tatapiririca (Tapirira guianensis), l'ingá-vermelho (Inga alba), i cui lunghi baccelli contengono una polpa bianca dolce e commestibile, e l'araticum-bravo (Annona exsucca). Anche diverse specie di palme, come l'inajá e il babaçu, quest'ultimo apprezzato da tempo dalle comunità rurali per i frutti ricchi di olio, hanno un ruolo importante nella rigenerazione.

Il Brasile si è impegnato a ripristinare 12 milioni di ettari di foresta entro il 2030 nell'ambito degli accordi internazionali sul clima. Sapere quali specie dominano le riserve di carbonio e il funzionamento di questi ecosistemi permette di indirizzare gli sforzi di ripristino proprio su quegli alberi, rendendo il processo più rapido ed efficace rispetto a interventi generici. "Se sappiamo quali specie dominano le riserve di carbonio e il funzionamento di questi ecosistemi, possiamo indirizzare gli sforzi di ripristino verso di esse in modo da rendere, per esempio, il ripristino più veloce", ha spiegato Fernando Elias, autore principale dello studio.

Le specie che colonizzano per prime un'area degradata riescono a crescere rapidamente sopportando suoli poveri e sole intenso, ma hanno un legno bianco e poco denso, capace di immagazzinare quantità limitate di carbonio proprio a causa della velocità di crescita. Per questo gli esperti avvertono che una foresta in ripresa ha bisogno di una successione robusta di alberi più resistenti, altrimenti rischia un declino ecologico nel tempo.

L'analisi si è basata sui dati raccolti in foreste secondarie di quattro regioni dell'Amazzonia orientale, per un totale di oltre 25.000 tra alberi e palme. Alcune di queste aree erano in rigenerazione da appena un anno, altre da un massimo di sessant'anni. Le foreste secondarie nascono in pascoli abbandonati, in terreni agricoli non più redditizi oppure dove un proprietario ha l'obbligo legale di ripristinare il terreno: studiare come si riprendono è quindi essenziale per capire come recuperare le foreste perdute.

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