Le microplastiche nel sistema nervoso aprono una nuova pista di ricerca sulla SLA
Uno studio dell'Università di Modena e Reggio Emilia, pubblicato sulla rivista scientifica Brain Communications, ha rilevato livelli più alti di microplastiche e nanoplastiche nel sangue e nel liquido cerebrospinale di pazienti con sclerosi laterale amiotrofica rispetto a un gruppo di controllo senza patologie neurologiche. I ricercatori sottolineano che l'associazione non dimostra un nesso causale e che servono studi più ampi per confermare il possibile ruolo di questi contaminanti nella malatt
Un gruppo di ricerca dell'Università di Modena e Reggio Emilia ha misurato, per la prima volta al mondo, i livelli di microplastiche e nanoplastiche presenti nel liquido cerebrospinale, e quindi nel sistema nervoso centrale, di pazienti con sclerosi laterale amiotrofica (SLA), confrontandoli con quelli riscontrati in persone senza patologie neurologiche. Lo studio caso-controllo, pubblicato sulla rivista scientifica Brain Communications, ha coinvolto 24 pazienti con una diagnosi recente di SLA e 20 persone nelle quali, dopo gli accertamenti, erano state escluse patologie neurologiche o sistemiche.
I risultati mostrano concentrazioni più elevate di microplastiche, in particolare delle nanoplastiche, particelle dell'ordine dei decimillesimi di millimetro, sia nel sangue sia nel liquido cerebrospinale dei pazienti con SLA rispetto al gruppo di controllo. Superata una soglia di esposizione individuata dai ricercatori, livelli più alti di questi contaminanti risultano associati a un maggiore rischio della malattia, un effetto che potrebbe derivare da una tossicità diretta delle particelle stesse oppure dall'azione di altre sostanze tossiche a esse legate.
Lo studio non stabilisce ancora un nesso di causa-effetto tra microplastiche e SLA, ma è il primo a mettere in relazione i livelli di questi contaminanti nel sangue, dove arrivano attraverso l'esposizione ambientale e la dieta, con la loro presenza nel sistema nervoso centrale. Aprire questa strada di ricerca è un passo necessario prima di poter capire se e come intervenire su un possibile fattore di rischio ambientale per una malattia neurodegenerativa ancora oggi senza cura risolutiva, ma lo studio non offre al momento alcuno strumento diagnostico o indicazione clinica utilizzabile dai pazienti.
Marco Vinceti, ordinario di epidemiologia al Dipartimento di scienze biomediche dell'Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore della ricerca insieme a Jessica Mandrioli, ordinaria di neurologia nello stesso dipartimento, ha precisato che resta da accertare in modo conclusivo se, e in che misura, questi nuovi contaminanti siano davvero responsabili di effetti tossici sul sistema nervoso. Gli autori sottolineano inoltre che non si può escludere l'influenza di altri contaminanti ambientali non misurati nello studio, e che le stesse microplastiche potrebbero rivelarsi solo un indicatore di esposizioni più complesse, piuttosto che la causa diretta del danno osservato.
Alla ricerca hanno collaborato anche un gruppo dell'Università di Catania e una ricercatrice della Boston University School of Public Health, negli Stati Uniti. I ricercatori concordano sulla necessità di indagini più ampie e di tipo prospettico, capaci di misurare l'esposizione alle microplastiche già prima della comparsa dei primi sintomi della malattia, per stabilire con maggiore certezza il ruolo di questi contaminanti nello sviluppo della SLA.
Per la prima volta i ricercatori misurano le microplastiche direttamente nel sistema nervoso dei pazienti con SLA, aprendo una pista di indagine che però richiede ancora anni di conferme prima di diventare uno strumento clinico.
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