La strage silenziosa: 6 milioni di asini macellati ogni anno per la medicina cinese
Il commercio internazionale di pelli di asino, alimentato dalla domanda di un rimedio della medicina tradizionale cinese, consuma almeno sei milioni di animali l'anno su una popolazione globale stimata in 50 milioni. In un commento pubblicato su The Ecologist, due responsabili dell'organizzazione britannica The Donkey Sanctuary sostengono che il fenomeno danneggia anche le comunità rurali che dipendono da questi animali e crea rischi sanitari e di biosicurezza.
L'attenzione internazionale sul traffico di specie selvatiche si concentra su pochi animali simbolo, come elefanti, tigri, rinoceronti e pangolini. All'interno di questa ristretta costellazione di specie di primo piano, animali considerati meno iconici restano spesso trascurati e privi di protezione. È il caso dell'asino, spesso liquidato come animale da lavoro di basso valore, secondo un commento firmato da Esme Primrose Wheeler e Frances Goodrum, rispettivamente responsabile e capo degli affari pubblici dell'organizzazione britannica The Donkey Sanctuary.
Su una popolazione globale stimata in 50 milioni di esemplari, il commercio di pelli consuma almeno sei milioni di animali ogni anno, molti dei quali rubati a comunità rurali che ne dipendono per il proprio sostentamento. La domanda è alimentata dall'ejiao, un preparato della medicina tradizionale cinese ricavato dalla gelatina contenuta nella pelle dell'asino, oggi in ripresa per i presunti effetti di preservazione della giovinezza e miglioramento della salute che gli vengono attribuiti.
Nelle regioni a basso reddito gli asini trasportano cibo, acqua e medicinali verso le abitazioni rurali, e persone, prodotti e merci verso i mercati. Il loro lavoro contribuisce a mantenere i bambini, soprattutto le bambine, a scuola, e le persone, soprattutto le donne, impegnate in attività commerciali. Quando un asino viene rubato, secondo le autrici, sono le persone a subirne le conseguenze, perché la presenza di un animale da lavoro rappresenta in molti contesti una leva concreta di riduzione della povertà.
Il commercio genera inoltre rischi sanitari. La macellazione avviene spesso in contesti improvvisati, privi di adeguate strutture igieniche e di gestione sicura dei rifiuti, con sangue e scarti che possono infiltrarsi nel suolo, nelle catene alimentari e nelle fonti d'acqua circostanti. Una ricerca commissionata dall'organizzazione su 108 pelli campionate in un macello keniota nel 2020 ha rilevato la presenza del batterio Staphylococcus aureus in 88 casi, di cui 44 confermati come ceppo resistente alla meticillina, una forma di antibiotico-resistenza considerata rilevante per la salute pubblica. Gli asini vengono inoltre raggruppati e trasportati insieme attraverso più paesi, spesso senza tracciabilità né controlli veterinari, aumentando il rischio di focolai di malattie.
Poiché lo status giuridico di questo commercio varia da paese a paese e nessun quadro internazionale lo regola, secondo le autrici l'attività finisce anche per offrire copertura al movimento di specie protette dalla convenzione CITES e a reati connessi come riciclaggio di denaro e traffico di stupefacenti e armi.
Qualche segnale di cambiamento arriva sul piano politico. Nel 2024 i capi di Stato africani hanno annunciato una moratoria sulla macellazione degli asini per la loro pelle in tutto il continente, seguita da una strategia che punta a estendere le protezioni entro il 2035. La domanda si estende però ad altre regioni, dall'Asia all'America Latina e centrale, dove secondo le autrici servirebbe un'azione politica coordinata analoga. In Brasile la popolazione di asini è crollata del 94% in tre decenni, passando da 1,37 milioni di esemplari nel 1996 a meno di 78.000.





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