Il paradosso delle vette europee: più piante, meno specie alpine. Cosa sta accadendo?

Uno studio pubblicato sulla rivista Science ha analizzato la vegetazione di 62 cime europee in 16 catene montuose, rilevate quattro volte tra il 2001 e il 2022. Il numero complessivo di specie vegetali è aumentato, ma le estinzioni locali sono cresciute a ogni rilevamento, colpendo soprattutto le specie tipiche degli ambienti d'alta quota, con perdite maggiori sulle vette che si sono riscaldate di più.

📅 11 settembre 2026 ✎ Claudia Chiatti ⏱ 2 min di lettura
Il paradosso delle vette europee: più piante, meno specie alpine. Cosa sta accadendo?
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Fino a pochi decenni fa, stagioni vegetative brevi, temperature basse e il rischio di gelate durante tutto l'anno rendevano gli ambienti alpini difficili da colonizzare per la maggior parte delle piante europee. Con l'aumento delle temperature, le specie provenienti da quote più basse hanno iniziato a spostarsi verso l'alto, e le vette europee ospitano oggi più specie vegetali di un tempo. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Science mostra però che questo apparente aumento di biodiversità nasconde una tendenza opposta.

Il gruppo di ricerca ha analizzato la vegetazione di 62 cime europee, distribuite in 16 catene montuose, rilevate quattro volte tra il 2001 e il 2022 nell'ambito dell'iniziativa di monitoraggio globale GLORIA. I dati mostrano che la percentuale di specie non più ritrovate è aumentata a ogni rilevamento successivo, e che tra le specie scomparse risultano sovrarappresentate proprio quelle il cui areale è centrato a quote superiori rispetto alla cima esaminata: in termini relativi, quindi, le specialiste degli ambienti d'alta quota.

La biodiversità non può essere valutata semplicemente contando il numero di specie presenti. Una vetta europea può guadagnare piante e allo stesso tempo perdere proprio le specialiste che ne fanno un ecosistema alpino, un dettaglio che un conteggio complessivo nasconde del tutto. Per chi si occupa di conservazione in montagna, questo significa che i dati aggregati sulla ricchezza di specie rischiano di trasmettere un'impressione rassicurante mentre la componente più caratteristica e vulnerabile di quegli ecosistemi si sta assottigliando.

Le perdite sono risultate maggiori sulle cime che hanno subito un riscaldamento più intenso, e più frequenti nei tratti inferiori dell'areale di ciascuna specie. Nel rilevamento finale del 2022, il 57,6% delle estinzioni locali registrate è avvenuto dopo un calo della copertura di quella specie nei quattordici anni precedenti, mentre il 32,2% è seguito a un aumento e il 10,2% a nessun cambiamento apprezzabile: la riduzione della copertura vegetale si conferma quindi un segnale d'allarme precoce.

Le specie d'alta quota tendono a essere particolarmente resistenti allo stress e longeve, per cui la loro estinzione locale può manifestarsi molto tempo dopo l'inizio dei cambiamenti ambientali che l'hanno innescata. Gli ecologi chiamano questo ritardo "debito di estinzione", e secondo gli autori le perdite registrate oggi potrebbero essere la conseguenza di un riscaldamento iniziato già negli anni Ottanta. "Potrebbero quindi indicare che un debito di estinzione sta iniziando a essere pagato, anche se resta da verificare se questa interpretazione sia corretta", ha sottolineato Stefan Dullinger, coordinatore del progetto.

Johannes Wessely, dell'Università di Vienna e primo autore dello studio, ha insistito soprattutto sul valore del monitoraggio stesso, coordinato dall'Accademia austriaca delle scienze e reso possibile dal fatto che gli stessi quadrati di terreno vengono rivisitati decennio dopo decennio: "Senza questo insieme di dati raccolto in 21 anni, queste conclusioni non sarebbero state possibili." Progetti di lunga durata come questo, ha aggiunto, stanno diventando sempre più difficili da finanziare.

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