A Bali la crisi dei rifiuti peggiora dopo la stretta sulle discariche

A Bali, in Indonesia, l'inasprimento delle restrizioni sulle discariche ha fatto esplodere lo smaltimento illegale e la combustione a cielo aperto dei rifiuti, con cumuli di spazzatura lungo le strade, plastica nei fiumi e fumi...

📅 15 luglio 2026 ✎ Michele Migliore ⏱ 4 min di lettura
A Bali la crisi dei rifiuti peggiora dopo la stretta sulle discariche
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A Bali, in Indonesia, l'inasprimento delle restrizioni sulle discariche ha fatto esplodere lo smaltimento illegale e la combustione a cielo aperto dei rifiuti, con cumuli di spazzatura lungo le strade, plastica nei fiumi e fumi tossici nell'aria. Dal 1° aprile la discarica di Suwung, la più grande dell'isola, ha smesso di accettare rifiuti organici - che rappresentano il 65% di tutti i rifiuti prodotti a Bali - in vista della chiusura definitiva prevista per novembre; l'impianto destinato a sostituirla non è ancora completato.

Il governo indonesiano ha vietato lo scarico a cielo aperto oltre 15 anni fa, ma l'applicazione della norma è rimasta debole; solo nel 2025 il ministero dell'Ambiente e delle Foreste ha ordinato la fine dello scarico a cielo aperto proprio nella discarica di Suwung. Secondo Dinda Prasetiyani, responsabile comunicazione dell'organizzazione non profit Merah Putih Hijau (MPH), che aiuta i villaggi balinesi a sviluppare un'economia circolare, il governo ha inasprito le restrizioni sulla discarica senza fornire un sistema alternativo praticabile, lasciando le comunità locali senza sapere cosa fare. Un residente di un villaggio della zona, Komang Wirana Putra, racconta che il governo ha smantellato il servizio di raccolta rifiuti da cui dipendeva: oggi seppellisce i rifiuti organici in una buca nel proprio cortile, vende la plastica pulita a una "banca dei rifiuti" quando può, e in mancanza di alternative a volte la brucia; altri abitanti del villaggio, aggiunge, ricorrono allo scarico illegale.

Una cittadina straniera residente a Bali da 15 anni, che ha chiesto l'anonimato per timori legati al proprio visto, descrive due realtà molto diverse sull'isola: quella mostrata ai turisti, dove la crisi dei rifiuti resta pressoché invisibile, e quella di villaggi come Dalung, vicino alla città turistica di Canggu, dove i cumuli di spazzatura sono visibili a ogni angolo di strada, la combustione dei rifiuti si vede e si sente l'odore, e di notte il fumo forma quella che definisce una vera e propria foschia sopra il quartiere. Secondo la donna, le attività turistiche come ristoranti e hotel pagano spesso un servizio di raccolta privato, mentre molti residenti locali non possono permetterselo e dipendono da un sistema pubblico ormai al collasso.

Secondo Nur Azizah, politologa che studia la gestione dei rifiuti in Indonesia, la radice del problema è politica: il governo nazionale ha trasferito la responsabilità della gestione dei rifiuti ai governi locali senza un adeguato sostegno finanziario, mentre questi ultimi tendono a dare priorità a settori come sanità e istruzione, lasciando le comunità senza le infrastrutture per gestire i rifiuti alla fonte - anche la semplice fornitura di bidoni per la raccolta, osserva Azizah, spesso manca. Hermitianta Prasetya Putra, direttore dei programmi di MPH, cita analoghi vincoli finanziari: un villaggio assistito dall'organizzazione ha perso 1,2 miliardi di rupie (circa 61.000 euro) di finanziamenti pubblici, ed è stato costretto a cancellare il proprio programma di gestione dei rifiuti per quest'anno e probabilmente per i prossimi quattro. Sugi Lanus, autore e content creator che si occupa di sensibilizzazione sulla crisi dei rifiuti sui social media, indica un ulteriore fattore: la corruzione, con fondi pubblici che verrebbero deviati dai progetti infrastrutturali. Secondo l'indice sulla percezione della corruzione di Transparency International, l'Indonesia si colloca al 109° posto su 182 paesi, e il 92% dei cittadini ritiene la corruzione del governo un problema grave.

Il ministro dell'Ambiente e delle Foreste, Hanif Faisol Nurofiq, ha riconosciuto la gravità della situazione all'inizio dell'anno, ammettendo con l'agenzia France-Presse che la gestione dei rifiuti non è stata adeguata e ha causato una situazione di emergenza in tutte le città e le reggenze dell'isola; da allora è stato sostituito. Oltre il 36% dei circa 1.500 tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno a Bali è oggi costituito da plastica, un cambiamento profondo rispetto ai rifiuti quasi interamente organici che gli abitanti dell'isola hanno tradizionalmente bruciato per generazioni: secondo Lanus, la quantità e la composizione chimica dei rifiuti sono cambiate radicalmente, ma le abitudini della popolazione no.

Oltre al danno ambientale, la crisi ha conseguenze crescenti sulla salute pubblica: secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, la combustione a cielo aperto dei rifiuti può causare irritazioni cutanee, difficoltà respiratorie, tosse, mal di testa e infezioni respiratorie. La cittadina straniera intervistata racconta di trascorrere ormai la maggior parte del tempo chiusa in casa a causa del fumo nel proprio quartiere.

Gli esperti concordano sulla necessità di un intervento immediato ma sono divisi sulle soluzioni. Secondo dati dell'Agenzia nazionale per la ricerca e l'innovazione (BRIN), le attività turistiche a Bali producono da tre a cinque volte più rifiuti rispetto alle famiglie residenti: su questa base, Lanus propone una moratoria temporanea sulla crescita del turismo e un sistema di visti più selettivo, mentre il personale di MPH ritiene che il turismo, pur contribuendo alla crisi, disponga anche del capitale e del potenziale per finanziarne la soluzione, attraverso partnership con hotel, ristoranti e altre attività ricettive a sostegno dei sistemi di gestione dei rifiuti nei villaggi vicini. Lanus ripone invece più fiducia nella tecnologia che nelle iniziative comunitarie, e cita gli impianti di termovalorizzazione - che il governo indonesiano prevede di costruire in diverse zone del paese, compresa Bali - come possibile soluzione; secondo Prasetiyani, però, puntare principalmente su questa tecnologia rischia di ignorare il principio delle tre R (riduzione, riutilizzo, riciclo): gli inceneritori si collocano solo un gradino sopra le discariche nella gerarchia internazionale dei rifiuti e restano tra le principali fonti di inquinamento atmosferico nelle aree in cui operano.

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