92 milioni di tonnellate di tessuti bruciati ogni anno: l'Europa dice basta

Dal 19 luglio 2026 le grandi aziende dell'Unione europea non possono più distruggere capi d'abbigliamento, accessori e calzature rimasti invenduti, un divieto che si estenderà alle medie imprese dal 2030. La misura fa parte del regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile e si inserisce in una riorganizzazione più ampia del sistema europeo di gestione dei rifiuti tessili.

📅 11 settembre 2026 ✎ Michele Migliore ⏱ 2 min di lettura
92 milioni di tonnellate di tessuti bruciati ogni anno: l'Europa dice basta
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Dal 19 luglio 2026 le grandi aziende dell'Unione europea sono soggette al divieto di distruggere capi d'abbigliamento, accessori di moda e calzature rimasti invenduti. Le imprese di medie dimensioni saranno sottoposte alla stessa restrizione a partire dal 2030. Il requisito fa parte del regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, ed è pensato per ridurre lo spreco di prodotti ancora utilizzabili e delle risorse impiegate per produrli.

La misura si inserisce in una riorganizzazione più ampia del sistema europeo dei rifiuti tessili. Nel 2023 la Commissione europea aveva proposto modifiche alla direttiva quadro sui rifiuti, individuando i tessili come area prioritaria; il quadro rivisto è entrato in vigore nell'ottobre 2025 e introduce regole europee sulla responsabilità estesa del produttore, che rende i produttori finanziariamente responsabili della raccolta e della gestione dei rifiuti tessili.

Ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, e in Europa se ne sono generate 6,94 milioni di tonnellate nel solo 2022, pari a circa 16 chilogrammi a persona. L'85% dei rifiuti tessili domestici non viene raccolto separatamente e finisce nei flussi di rifiuti misti invece di essere riutilizzato o riciclato. Il problema comincia però ancora prima dell'uso: tra il 4% e il 9% dei tessili immessi sul mercato europeo viene distrutto prima ancora di essere indossato, l'equivalente di 264.000-594.000 tonnellate all'anno.

Il cambiamento sta spingendo le aziende a ripensare progettazione dei prodotti, gestione delle scorte, riuso, riparazione, raccolta e riciclo. Il riciclo diventa infatti molto più difficile quando i capi sono realizzati con combinazioni complesse di materiali: un singolo prodotto può contenere diverse fibre insieme a tinture, rivestimenti, fili, bottoni, cerniere, etichette e adesivi, che rendono più complicate separazione e recupero. I marchi stanno quindi iniziando a considerare semplicità dei materiali, durabilità, riparabilità e facilità di smontaggio già in fase di progettazione.

Rendere i capi riciclabili è comunque solo una parte della transizione: serve anche un'infrastruttura capace di riportare gli indumenti dai consumatori verso un nuovo utilizzo, a partire dalle reti di raccolta, passando per la selezione e l'identificazione dei materiali, fino agli impianti di riciclo meccanico o chimico. Secondo le stime citate, costruire questo sistema potrebbe richiedere tra 8 e 11 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi e tra 5 e 6,5 miliardi di euro di spese operative annue per sostenere un tasso di riciclo da tessile a tessile del 15% entro il 2035. Per i marchi globali che vendono in Europa, il cambiamento normativo potrebbe influenzare le catene di fornitura ben oltre i confini dell'Unione.

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